Per quanto riguarda Arischia, il suo nome non compare in alcun atto amministrativo tra gli aggregati urbani del comprensorio di Amiternum, né viene compresa nel colleggio degli octoviri, come invece accade per quasi tutti i paesi a lei vicini.Nonostante questo, numerosi sono stati in passato i ritrovamenti di elementi lapidei in occasione di lavori agricoli o di scavo che fanno testimonianza della frequentazione italica e romana. La recente scoperta dei locali sotterranei nella chiesa Abbaziale, la cui struttura rivela il loro originario ruolo di cisterne per la raccolta e la regimazimazione delle acque, con caratteristiche tipiche dell'età romana o alto-medioevale.La storia "moderna" di Arischia inizia tuttavia solo alcuni secoli dopo l'età romana: la più antica testimonianza scritta la troviamo in un'atto del 949 in cui, tra i possedimenti dell'abazia di Farfa si ha l'indicazione geografica di "serra de popli super Ariscla" situata "in super gualdum de Flecteto usque Cesati". Dal Catalogus Baronum, nell'anno 1157, provengono ulteriori notizie di Arischia, e della Abbaziale chiesa di San benedetto, attorno alla quale si aggregano in epoca medioevale i primi abitanti di Arischia. E' probabile anche che la stessa chiesa sia stata edificata in loco proprio per la preesistenza dei locali sotterranei redcentementi riscoperti, trasformati in cripte sepolcrali secondo la consuetudine paleocristina di seppellire i defunti all'interno dei luoghi di culto.Incerte sono anche le origini del suo nome. a tale proposito F. Giustizia ritiene possa derivare dal longobardo Ari-sculca; sempre prendendo spunto da radici longobarde F. Sabatini suggerisce la combinazione delle parole hari-mann, (arimanno, uomo libero a capo di un piccolo distaccamneto militare) e sculca, posto a vedetta dell'esercito longobardo, da cui hari-sculca, parola contratta nel tempo in Ariscula, Ariscla e quindi Arischia.

Secondo questa ipotesi Arischia doveva essere una arimannia longobarda, in origine localizzata in località Sarraciano, dove rimangono i ruderi, recentemente scoperti ed in fase di studio, degliu Casteglju. Se abbastanza certe appaiono le origini longobarde degli antichi Arischiesi, nei primi anni del '900 Ariscula ospitò una consistente colonia di profughi Saraceni, scacciati dal Garigliano che avevano occupato nell'anno 879, saccheggiarono Farfa ed i suoi possedimenti nell'898. I Sareceni, inizialmente confinanti nella località ancora chiamata "sarraciano" devono avere in breve costituito una componente significativa della cittadina, visto che compare nello stemma di Arischia la stella e la falce di luna saracena, simbolo dell'Islam. con il passare dei secoli le due popolazioni si fusero assieme, probabilmente anche a seguito della conversione al Cristianesimo dei mussuolmani ad opera dei benedettini o dei religiosi del vicinissimo monastero di san severo.Tornando alle origini, la posizione strategica dell'antico insediamento di Ariscla, a cavallo tra la Valle Siciliana e quella dell'Aterno è evidenziata da Alessandro Clementi: il primo nucleo di Arischia si pone infatti in un punto nodale a guardia della Via Cecilia che da Roma, attraverso la Salaria ed il suo diverticolo che da Antrodoco raggiungeva Amiternum e la mansio di Pitinum, per valicare il passo delle Capannelle fino a raggiungere l'adriatico. In effetti a pochi metri da Casteglju sono visibili le tracce, ancora nn studiate nè rilevate, di un ampio impianto stradale, forse corrispondenti, ad un a via di comunicazione secondaria che collegava Ariscla con Assalici (Assergi), Genca, Guasto, Collis Brunzonus (Collebrincioni) e Paganica, per proseguire verso il contado forconese.

Ancora più probabilmente, la strada collegava gliu Casteglju con la Mansio di Pitinum passando dai Casalini (lago di Collebrincioni), Colle Cisterna, Pago Martino, San Severo e la ancora misteriosa Murata del Diavolo. Quest'ultima ipotesi è supportata dal fatto che nel 1963 un appassionato di Arischia rinvenne, in vari punti, una pavimentazione stradale situata alcuni decimetri sotto il livello attuale del terreno.Con il passare dei secoli ed il consolidarsi del potere longobardo, la conversione al Cristianesimo e lo stabilizzarsi della situazione geopolitica locale attorno alle potenti Abbazie dell'agro laziale-abbruzzese, vennero meno le esigenze difensive; i primi abitanti Arischia trovarono così più comodo spostarsi vicino alle zone fertili della valle. Abbandonato gli Casteglju si insediarono attorno all'abbazia di San benedetto, il paese crescerà nel tempo formando tre contrade: Villa Collis (Colle) con fuochi 11, Villa Pirri ( Villa) con fuochi 19 e Villa Torricella (Torricella) con fuochi 19, nome probabilmente derivato dall'esistenza di un'antica torre (S. Agneru), dove in seguito fu edificata la chiesa di S. angelo, ora praticamente demolita dalle nuove generazioni di vandali e saccheggiatori, che ne hanno asportato fin le antiche pietre del portale e delle soglie.

Nel XIII secolo, insieme agli altri paesi del contado, arischia farà parte del Comitatus aaquilano e contribuirà alla fondazione della città, pur conservando il proprio territorio e le proprie radici legate alla montagna da cui traeva sostetamento. Alla fine del secolo XVI Arischia era aumentata notevolmente di popolazione, passando da 54 fuochi del 1444 ai 238 del 1595, e visse per circa die secoli il suo momento di maggiore floridezza economica. L'acqua di fonte Innole fu incanalata con tubi di terracotta per andare ad alimentare la fontana nella piazza antistante la chiesa Madre; le abitazioni divennero decorose ed in pietra ben lavorata e fu costruito il palazzo baronale; le chiese si arricchirono di arredi sacri, statue lignee, altari e tele. Fonte di questa ricchezza erano gli ampi vigneti che circondavano il paese, i ricchi pascoli della montagna, che contavano oltre 20.000 ovini ed il legantico del bosco di Chiarino con le sue ampie faggete dalle quaki venica ricavato anche un'olio da illuminazione famoso in tutta Italia per la sua caratteristica di produrre fiamma brillante e bruciare senza fumo. L'Olio Fulminante di Chiarino veniva esportato a Napoli e nelle principali corti di Europa; nel '700, periodo di massima attività, per la raccolta delle faggiole venivano impiegati numerosi lavoratori stagionale che, in condizoni ambientali molto disagevoli, si accampavano sul luogo con le famiglie fino a metà novembre. Ancora alla fine dell'ottocento, sebbene l'olio fosse già soppiantato dal gas illuminante, il mulino dava lavoro a 50-70 pèersone, in maggioranza donne. A tal proposito Onorina Picco riferisce questo aneddot: sua nonna Lorenza, nativa di Vetralla (Vt) e maritata con Angelo Beccia, fu condotta dal marito a Chiarino per raccogliere la favetta (faggiola). Dopo circa due mesi, stremata dalla fatica ed ancora più dal freddo (si era a Novembre) esclamò in dialetto viterbese: Gelu, Gelu se posso reanna giù, stegno il foco, stegno il lù, ma per la faetta al Chiarinu non ce vegno più!

Il 14n genna e 2 fenbbraio del 1703 Arischia, nel pieno del periodo di massima floridezza economica, fu sconvolta da due violentissime scosse di terremoto, che distrussero buon a parte del paese insieme alla chiesa Madre, causando numerosissime vittime (circa 600

Il  6 Aprile 2009 alle ore 3.32 Arischia viene

Parzialmente distrutta da un sisma

Di  magnitudo 6.4 della scala Ricter
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