Per questo Documento si ringrazia:

Liceo Scientifico "M.O.Andrea Bafile" L’Aquila

 

LAGO DELLA MEMORIA

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE DELLA GUERRA

NELL’AQUILANO

 

Arischia dal 23 settembre ’43 nel paese si costituì un gruppo di partigiani, costituito prevalentemente da militari tornati a casa in seguito all’armistizio e da reduci dal fronte. Li comandava un nostro intervistato, il signor Antonio D’Ascenzo, all’epoca caporale degli Alpini reduce dal fronte jugoslavo. Inizialmente il nucleo partigiano era formato da 18 persone, che in seguito crebbero fino a 43. Ne facevano parte, tra gli altri, tre ufficiali inglesi, degli slavi, il procuratore aquilano Mario Tradardi ed anche alcuni disertori tedeschi (il paracadutista disertore ventunenne Arthur Glaser ed un suo connazionale detto "il Berlinese"). Il gruppo risiedeva ad Arischia, ed aveva un punto di appoggio nel bosco di Chiarino. Poiché la prima necessità fu quella di procurarsi armi e munizioni, una decina di partigiani ebbe il compito di rubarle da un grosso deposito che si trovava proprio in paese. Una volta prelevati, i fucili, le pallottole e le pistole vennero nascoste sottoterra nelle vicinanze del magazzino, per poi essere recuperate di notte, col favore delle tenebre.In seguito, non ci si fece scrupolo neanche di sottrarre l’equipaggiamento ai nemici caduti sul campo di battaglia.La prima azione del nucleo di resistenza avvenne al km 23 della s.s.80, ove vennero uccisi dei portaordini che dall’Aquila si recavano in motosidecar a Teramo.Il D’Ascenzo ci rivela che l’attività partigiana fu tacitamente tollerata dal maggiore tedesco che risiedeva nel palazzo Dragonetti di Pizzoli, in quanto egli non approvava più i metodi dei nazisti. Fu per questo, a suo dire, che in Arischia non si registrò peraltro alcuna rappresaglia.Nessun membro del gruppo morì nel periodo in cui esso restò operativo, sebbene l’impiego di ogni elemento fosse continuo e non mancassero situazioni estremamente pericolose, come sparatorie e attentati dinamitardi (in uno scontro a fuoco presso Porcinaro fu ferito al volto Giovanni Ciano).Venne fatto esplodere, fra l’altro, il ponte di Arischia, anche se le pietre che di cui era costituito finirono con ledere la struttura di numerose abitazioni circostanti, tra cui quella della signora Giulia Ragone.Il circondario di Arischia subì un duro bombardamento il 2 novembre 1943 ed inoltre, dopo il bombardamento della stazione dell’Aquila, diversi POW superstiti si nascosero in casali di campagna o in caverne di montagna e, in caso di maltempo, anche in paese, presso alcune abitazioni private.Durante la ritirata pernottarono in paese per molti giorni diverse compagnie tedesche, dotate di carri trainati da cavalli. I tedeschi requisirono mucche, galline, cavalli e tutto ciò che potesse esser loro utile.Ancora più esplicito è Antonio D’Ascenzo, già comandante del nucleo partigiano di Arischia : "Se potessi tornare indietro, non rifarei ciò che ho fatto perché non riesco a non provare disgusto per ciò che l’Italia è diventata e mi sono ormai convinto che questa gente non merita tutti i sacrifici cui ci siamo sottoposti."Nelle ultime ore dell’occupazione tedesca l’arcivescovo Monsignor Confalonieri indusse il comando tedesco ad evitare la prevista distruzione di importanti monumenti cittadini, di edifici di rilevo e di impianti tecnologici come la diga di Campotosto, il cui danneggiamento avrebbe causato la sommersione dei centri abitati a valle della diga stessa, nel versante teramano L’arcivescovo sarebbe riuscito a compiere questo "miracolo" convincendo un ufficiale superiore dell’esercito tedesco di nazionalità austriaca, fervente e praticante cattolico, con il quale era in confidenza già da qualche mese. Secondo altre versioni, sarebbero stati invece i partigiani di Arischia, guidati da Antonio D’Ascenzo, ad impedire la distruzione della diga di Campotosto

 

La notte fra il 10 e l’11 giugno ‘44 furono inoltre fucilati dai tedeschi presso il cimitero di Arischia, Renato Berardinucci e Vermondo Di Federico, due partigiani originari di Picciano (Pescara) e catturati nei pressi di S.Pio delle Camere.

 

Renato Berardinucci

 

Nato a Filadelfia (Stati Uniti) nel 1921, ucciso ad Arischia (L’Aquila) l’11 giugno 1944, studente, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Figlio di italiani emigrati nel Nord America, Berardinucci era tornato in Italia nel 1939 ed aveva frequentato il liceo a Pescara. Dopo l’8 settembre del 1943, il giovane era entrato, tra i primi, nelle file della resistenza abruzzese. Si era impegnato soprattutto, grazie alla conoscenza della lingua, nel dare aiuto ai prigionieri anglo-americani fuggiti dai campi di concentramento. Berardinucci divenne presto comandante di una banda partigiana e fu catturato dai nazisti proprio mentre, ancora una volta, stava portando in salvo, sulle montagne dell’Aquilano, alcuni paracadutisti alleati. Tradotto al comando tedesco di Arischia, il giovane partigiano fu condannato alla fucilazione insieme con altri prigionieri. Quando i tedeschi ebbero allineati i condannati contro il muro del cimitero di Arischia, Berardinucci, come ricorda la motivazione della decorazione al valore, “non si dava per vinto, ma con un gesto di sublime follia, si scagliava armato soltanto della volontà e della fede contro il plotone di esecuzione. Col gesto disperato che gettava lo scompiglio nelle file dei carnefici, egli dava a se stesso la morte degli eroi, ai compagni la salvezza e la libertà”.

 

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